Sentenza EU:C:2014:2311 - Commento del difensore

Tassazione del gioco internazionale in base alla direttiva “ALL IN” dell’AF

Sentenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea EU:C:2014:2311, pronunciata il  22 ottobre 2014, nelle cause pregiudiziali riunite C-344/13 (C. Blanco) e C-367/13 (P. Fabretti).

 

Commento del difensore Sebastiano Cristaldi di Trieste, 25 ottobre 2014

La vicenda ha origine nel lontano 2004, allorquando un isontino ha vinto 735.909,85 euro al Casinò Hit di Nova Goriza. Egli, in buona fede, ha chiesto all’Amministrazione finanziaria (AF) locale cosa avrebbe dovuto fare per regolarizzare in Italia la vincita estera: allora gli è stato detto che aveva soltanto l’obbligo del “monitoraggio fiscale”, cioè dichiarare il trasferimento del denaro dalla Slovenia all’Italia, visto che la vincita non era da assoggettare ad alcuna imposta in Italia, in quanto già tassata alla fonte in Slovenia.

 Nel 2010 e 2011 ha ricevuto la notifica di tre avvisi di accertamento, con i quali l’Agenzia delle entrate, sulla base di quanto da egli indicato nel quadro RW delle dichiarazioni dei redditi presentate, gli contestava l’omessa dichiarazione e tassazione in Italia della vincita conseguita all’estero.

 Dopo due gradi di giudizio di merito favorevole al contribuente, la questione del contribuente gardese è attualmente pendente presso la Corte di cassazione, su appello proposto dall’Agenzia delle entrate.

 Nel 2011, verosimilmente sulla base del precedente ed isolato episodio isontino, gli Organi centrali dell’AF (Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Entrate), hanno concertato il cd. Progetto “ALL IN”, intitolato “evasione fiscale internazionale perpetrata da persone fisiche residenti in Italia che non dichiarano le vincite in denaro ottenute per la partecipazione a tornei di poker live organizzati all’estero”, poi diramato ai reparti e uffici periferici come direttiva operativa finalizzata all’accertamento generalizzato, nei confronti dei cittadini italiani residenti, per le vincite da loro conseguite al gioco svolto all’estero e non dichiarate al fisco italiano.

 La direttiva “ALL IN” prende atto che fino all’anno d’imposta 2009 non era tecnicamente possibile dichiarare le vincite al gioco estero, visto che l’art. 67, comma 1, lett. d) del TUIR, fino ad allora, non era mai stato interpretato né utilizzato per la tassazione delle vincite estere, tanto è vero che anche i modelli di dichiarazione non prevedevano proprio la possibilità di dichiarare detta tipologia di reddito.  Il documento di prassi ha previsto espressamente che in fase di verifiche e/o accertamenti, nel caso in cui i contribuenti dovessero eccepire tale criticità, gli uffici periferici avrebbero dovuto disapplicare le sanzioni; nella realtà, previsione è stata del tutto ignorata dagli uffici periferici, che hanno sempre irrogato sanzioni piene e in alcuni casi anche con la maggiorazione prevista per l’omessa dichiarazione di redditi di fonte estera.

Un aspetto molto curioso della direttiva “ALL IN”, è che in essa l’AF non si pone neanche il problema di verificare se tale pretesa impositiva fosse o meno compatibilità con il diritto dell’Unione europea.

 Nella fase amministrativa, gli Organi periferici dell’AF non solo hanno continuato ad ignorare la rilevanza che assume la questione sotto il profilo del diritto dell’Ue, ma alcuni hanno addirittura sostenuto che non spetta loro verificare se la pretesa impositiva e sanzionatoria fosse o meno compatibile con i principi fondamentali degli ordinamenti giuridici dell’Unione europea e costituzionali (non discriminazione, uguaglianza, proporzionalità, libera prestazione di servizi, ecc.), come se la pretesa tributaria si dovesse giustificare a prescindere dalla sua legittima.

 In base alla citata direttiva “ALL IN”, l’Agenzia delle entrate di Roma ha notificato diversi avvisi di accertamento nei confronti di alcuni giocatori di poker live, che avevano realizzato interessanti vincite giocando sul territorio di altri Stati membri. I contribuenti romani hanno impugnato gli atti di accertamento, con ricorsi proposti avanti alla competente Commissione Tributaria Provinciale di Roma, eccependo, tra l’altro, la pregiudiziale per violazione del diritto dell’Unione europea.

 La C.T.P. di Roma, riconoscendo fondate le eccezioni pregiudiziali eccepite dai contribuenti, ha disposto il rinvio pregiudiziale avanti alla Corte di giustizia, ipotizzando (d’ufficio) che fosse necessario riconoscere al fisco italiano una deroga all’osservanza dei principi fondamentali di diritto europeo, di non discriminazione, proporzionalità e di libera prestazione di servizi, previsti dai Trattati, per motivi di ordine pubblico, pubblica sicurezza e sanità pubblica, deroga che non era stata richiesta dai ricorrenti né tantomeno dall’Agenzia delle entrate, che per alcuni ricorsi non si era neanche costituita in giudizio.

 Nonostante avesse l’onere di pronunciarsi in merito, il giudice di rinvio nulla ha invece disposto in ordina all’istanza presentata dai ricorrenti per la sospensione dell’esecutività degli avvisi di accertamento, così che essi hanno dovuto subire anche le vessazione derivanti dall’esecutività degli atti impugnati in attesa del giudizio.

 Non solo, ma il giudice di rinvio non ha tenuto conto che il rinvio pregiudiziale andava disposto soltanto dopo aver verificato che la giurisprudenza della Corte non avesse già chiarito sufficientemente la questione, tenendo anche conto che l’eccezione pregiudiziale sollevata dai ricorrenti si basava proprio sulla giurisprudenza della Corte. E i precedenti giurisprudenziali della Corte di giustizia erano sufficientemente chiari per poter decidere la questione, mediante disapplicazione diretta della norma nazionale interpretata dall’AF in modo non compatibile con il divieto di non discriminazione e di libera prestazione di servizi (artt. 18 e 56 TFUE), come peraltro avevano già fatto diversi altri giudici tributari di merito italiani.

 Ciò trova conferma indiretta nel fatto che la Corte ha deciso la questione pregiudiziale in via abbreviata, cioè senza acquisire il parere dell’Avvocato generale e senza la fase orale del proceso. Secondo il Regolamento di procedura della Corte, si verifica quando una questione pregiudiziale è identica a una questione sulla quale la Corte ha già statuito, quando la risposta a tale questione può essere chiaramente desunta dalla giurisprudenza o quando la risposta alla questione pregiudiziale non dà adito a nessun ragionevole dubbio.

 Con la sentenza in commento, la Corte ha statuito mediante procedimento semplificato, visto che la risposta al quesito posto dal giudice di rinvio era chiaramente desumibile dai suoi consolidati precedenti giurisprudenziali che ha espressamente richiamato nella sua pronuncia, il cui dispositivo finale prevede che: “Gli articoli 52 e 56 TFUE devono essere interpretati nel senso che ostano alla normativa di uno Stato membro, la quale assoggetti all’imposta sul reddito le vincite da giochi d’azzardo realizzate in case da gioco situate in altri Stati membri, ed esoneri invece dall’imposta suddetta redditi simili allorché provengono da case da gioco situate nel territorio nazionale di tale Stato”.

 La decisione delle Corte è conforme alle osservazioni scritte della difesa dei contribuenti e della Commissione Europea, la quale peraltro si era già pronunciata sulla questione, attraverso la procedura d’infrazione EU Pilot nr. 5571/13/TAXU, aperta l’anno scorso nei confronti del Governo italiano, sulla base delle denunce presentate da diversi cittadini italiani/europei, tra i quali figura anche il sig. Cristiano Blanco (causa C-344/13). Ma neanche ciò è bastato per far desistere l’AF dalla pretesa impositiva e sanzionatoria, la quale ha proseguito imperterrita la propria attività di accertamento, come se tale procedura non avesse alcuna rilevanza sul piano fattuale.

 È evidente che, in questo conteso, la decisione della Corte si pone indirettamente anche come una esortazione rivolta al Governo italiano, affinché desista dalle pretese fiscali discriminatorie, anche nei confronti di altri contribuenti, diversamente la Commissione Europea dovrà necessariamente intervenire sanzionando il nostro Paese, visto che la sentenza della Corte chiarisce definitivamente e senza ombra di dubbio che la pretesa impositiva del fisco italiano  è incompatibile con il diritto dell’Ue.

Per comprendere meglio gli effetti “interni” ed “esterni” della sentenza in esame, si rende  necessario analizzare almeno alcune delle sue motivazioni, nelle quali i giudici di Lussemburgo, richiamando i loro precedenti giurisprudenziali, affermano che sebbene la materia delle imposte dirette non sia  armonizzata e rientri quindi nella competenza degli Stati membri, questi ultimi devono però esercitare tale competenza nel rispetto del diritto dell’Unione (v., in tal senso, sentenza Lindman, EU:C:2003:613, punto 18 e la giurisprudenza ivi citata).

In conformità a quanto rilevato dai ricorrenti nei procedimenti principali e dalla Commissione europea, la Corte ha altresì affermato che una differenza di trattamento fiscale, per effetto del quale soltanto le vincite al gioco conseguite in un altro Stato membro sono considerate redditi assoggettati ad imposizione, riduce l’attrattività di uno spostamento in un altro Stato membro allo scopo di giocare a giochi d’azzardo. Infatti, i destinatari dei servizi in questione che risiedono nello Stato membro in cui vige una siffatta differenza di trattamento sono dissuasi dal partecipare a giochi del genere i cui organizzatori siano stabiliti in altri Stati membri, in considerazione dell’importanza che riveste per loro la possibilità di ottenere delle esenzioni fiscali (v., per analogia, sentenze Vestergaard, C‑55/98, EU:C:1999:533, punto 21, nonché Commissione/Danimarca, C‑150/04, EU:C:2007:69, punto 40 e la giurisprudenza ivi citata).

Inoltre, i giudici europei hanno fatto rilevare che una normativa nazionale, come quella italiana, può essere giustificata soltanto nella misura in cui persegua obiettivi corrispondenti ai motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di sanità pubblica di cui all’articolo 52 TFUE. Tuttavia, ha ricordato che le restrizioni imposte dagli Stati membri devono soddisfare i requisiti di proporzionalità; così che una normativa nazionale è idonea a garantire la realizzazione dell’obiettivo invocato solo se effettivamente risponde all’intento di raggiungerlo in maniera coerente e sistematica (v., in tal senso, sentenze Engelmann, C‑64/08, EU:C:2010:506, punto 35, nonché Pfleger e a., C‑390/12, EU:C:2014:281, punto 43 e la giurisprudenza ivi citata).

Per quanto riguarda la deroga invocata dal governo italiano, per motivi di prevenzione del riciclaggio di capitali e della necessità di limitare le fughe all’estero o le introduzioni in Italia di capitali di origine incerta,  i giudici di Lussemburgo hanno ribadito che,  senza che occorra stabilire se tali obiettivi siano suscettibili di ricadere nella nozione di ordine pubblico, è sufficiente constatare, anzitutto, che, come risulta dalla giurisprudenza della Corte, le autorità di uno Stato membro non possono validamente presumere, in maniera generale e senza distinzioni, che gli organismi e gli enti stabiliti in un altro Stato membro si dedichino ad attività criminali (v., in tal senso, sentenza Commissione/Spagna, EU:C:2009:618, punto 39 e la giurisprudenza ivi citata). Peraltro, come evidenziato dalla Commissione europea e dai ricorrenti, il governo italiano non ha fornito alcuna prova che i proventi della criminalità organizzata in Italia siano stati realizzati integralmente o prevalentemente all’estero.

Il fatto di voler escludere, in via generale, l’esenzione fiscale in Italia alle vincite estere che ivi hanno subito una tassazione alla fonte come avviene nelle case da gioco italiane, risulta sproporzionato, in quanto va al di là di quanto è necessario per lottare contro il riciclaggio di capitali, essendovi a tal fine altri mezzi a disposizione degli Stati membri, come la direttiva 2005/60, che mira a lottare proprio contro il riciclaggio dei proventi di attività criminose e che si applica alle case da gioco ai sensi del suo articolo 2, paragrafo 1, punto 3, lettera f).

Per quanto attiene poi ai rischi derivanti dal gioco patologico, la Corte ha confermato che non si può escludere che la lotta contro la ludopatia rientri nella tutela della sanità pubblica (v., in tal senso, sentenza Commissione/Spagna, EU:C:2009:618, punto 40 e la giurisprudenza ivi citata) e possa, a tale titolo, giustificare una restrizione discriminatoria della libera prestazione dei servizi. Tuttavia, l’assoggettamento all’imposizione diretta, da parte dello Stato italiano, delle vincite provenienti da case da gioco situate in altri Stati membri e l’esenzione di vincite siffatte provenienti dalle case da gioco situate nel territorio di detto Stato non è idoneo a garantire in maniera coerente la realizzazione dell’obiettivo della lotta contro la ludopatia, dato che una simile esenzione può incoraggiare i consumatori a partecipare ai giochi d’azzardo, permettendo loro di beneficiare di questa esenzione (v., in tal senso, sentenza Commissione/Spagna, EU:C:2009:618, punto 41).

Infine, il giudice di Lussemburgo ha confermato ribadito che non è coerente per uno Stato membro intenzionato a lottare contro la ludopatia, da un lato, tassare i consumatori che partecipano a giochi d’azzardo in altri Stati membri e, dall’altro, esonerarli allorché prendono parte a giochi d’azzardo in Italia, poiché  una tale esenzione può avere come effetto di incoraggiare i consumatori a prendere parte ai giochi d’azzardo italiani piuttosto che esteri e non è dunque idonea a garantire la realizzazione dell’obiettivo suddetto. Una simile discriminazione, conclude la Corte, non è giustificata ai sensi dell’art. 52 TFUE.

 Le ricadute della sentenza della Corte sulla cause tributarie pendenti su tutto il territorio nazionale sono evidenti, visto che il giudice di rinvio è vincolato a decidere le cause attenendosi ai principi di diritto affermati dalla Corte di giustizia, e che la statuizione della Corte vincola egualmente anche tutti gli altri giudici dell’Unione europea.

 

 

 

 

 

 

25/10/2014

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